Il valore del cibo e tu di che cibo sei?


Il valore del cibo e tu di che cibo sei?

Esiste un cibo che fa bene alla nostra salute e un cibo che ci fa molto male.

Lo stesso cibo che ci fa bene diminuisce e quasi azzera l’impatto sulle risorse disponibili e elimina gran parte delle emissioni di gas nocivi, attuale causa dei cambiamenti climatici.

Specularmente il cibo che ci fa male, fa male anche al nostro pianeta consumando più risorse di quelle disponibili e insieme contribuendo ai drammatici cambiamenti climatici.

E tu di che cibo sei?

Ho iniziando a interessarmi di cibo e all’alimentazione come una ricerca personale, ma a mano a mano che andavo avanti nell’esplorazione di questo immenso e affascinante argomento ho capito che è di gran lunga il mezzo più potente per pensare, aggregare e agire insieme, collettivamente, per rendere il nostro mondo un posto migliore e nello stesso tempo diminuire l’impatto su alcune delle più frequenti patologie del 21° secolo.

Viviamo in un mondo forgiato dal cibo.

Io sono un agronomo ed anche un coltivatore di cibo ed anche un consumatore attento a tutte le dinamiche che il cibo esplica.

Il cibo modella le nostre vite ma la sua influenza è così grande che la maggior parte di noi fatica a metterla a fuoco e moltissime persone rimangono all’oscuro dei suoi effetti.

 Nel terzo millennio D.C. tendiamo ad assegnare ben poco valore al cibo e cerchiamo di pagarlo il meno possibile.  Nello stesso tempo stiamo incollati ai media televisivi per vedere chi cucina, non per imparare ma come show, come divertimento, come passatempo.

In questo senso gli effetti del cibo stesso non solo non sono visibili Ma in gran parte sono anche deleteri

Faccio degli esempi:

  • Cambiamento climatico
  • Estinzione di massa
  • Deforestazione
  • Diminuzione della biodiversità
  • Erosione e desertificazione del suolo
  • Esaurimento idrico
  • Inquinamento acqua aria terra
  • Antibiotico resistenza
  • Ed infine tutte le malattie legate ad alimentazione

La totalità di questi fenomeni derivano dalla nostra incapacità di assegnare il giusto valore al cibo di cui ci nutriamo.

L’attuale sistema alimentare ha sostenuto una popolazione in rapida crescita (o il contrario) e alimentato lo sviluppo economico e la possibilità di vivere nelle città a più della metà della popolazione mondiale. Tuttavia, questi fenomeni, che per molti hanno un valore positivo, stanno avendo un costo notevole sulla salute e sulla sostenibilità, ed è evidente che il modello attuale non è adatto sia alla nostra salute che a quella del nostro piccolo pianeta, pena la sesta estinzione di massa, la nostra, una estinzione lenta e dolorosa con penuria di cibo, acqua ed energia e evidentemente con aumento di conflitti, prima tra i più poveri   e poi estesi a tutte le classi economiche.

La metà dei costi del modello attuale – per un totale di 5,7 trilioni di dollari ogni anno a livello globale – è dovuta al modo in cui viene prodotto il cibo. Sono il risultato diretto della natura “lineare” della moderna produzione alimentare, che estrae risorse limitate, è dispendiosa e inquinante per l’ambiente, diminuisce la biodiversità e danneggia i sistemi naturali.

Anche le pratiche agricole intensive (oltre che ai cambiamenti del clima) contribuiscono in modo significativo ai 39 milioni di ettari di suolo che vengono degradati ogni anno a livello globale (un’area delle dimensioni dello Zimbabwe) e richiedono il consumo di circa il 70% dell’acqua dolce globale.

Tuttavia voglio subito dire che assegnando nuovamente il giusto valore al cibo possiamo affrontare e invertire i problemi di cui sopra e costruire società più equi e resilienti.

Un’economia circolare rigenerativa per il cibo imita i sistemi naturali di rigenerazione in modo da eliminare i rifiuti, ma siano invece materia prima per un altro ciclo.

In un’economia circolare rigenerativa, le risorse organiche possono essere restituite al suolo in sicurezza sotto forma di fertilizzante organico. Alcuni di questi sottoprodotti possono fornire un valore aggiuntivo prima che ciò accada creando nuovi prodotti alimentari di valore nutraceutico, tessuti per l’industria della moda o come fonti di bioenergia. Questi cicli rigenerano i sistemi viventi, come il suolo, che forniscono risorse rinnovabili e supportano la biodiversità.

Lo stile di vita post industriale non è così buono come speravamo che fosse e vista la nostra ossessione per la salute e la longevità ed avendo a disposizione una conoscenza medica e un accesso ai farmaci senza precedenti il risultato di tutto ciò è a dir poco deludente.

Mettiamo a fuoco alcune linee temporali evolutive.

Da quando la prima scimmia ha iniziato a vagare sulla terra circa 22 milioni di anni fa, ne sono passati altri 20 milioni prima che i nostri antenati domassero il fuoco, meno di due milioni di anni fa, e hanno sviluppato il linguaggio solo negli ultimi 100.000 anni

Abbiamo iniziato a coltivare la terra appena 12.000 anni fa e le prime città sono state costruite Circa 5-6000 anni fa; abbiamo iniziato a usare la forza vapore da soli 300 anni e ad utilizzare i computer da meno di 50 anni e internet da meno di 25. Le scale temporali ci aiutano a capire meglio!

Il nostro problema, In altre parole, è che abbiamo utilizzato La tecnologia per capovolgere la nostra linea evolutiva: nel processo di diventare umani supertecnologici ma anche consumatori di cibo inconsapevoli, abbiamo smesso di adattarci ai nostri ambienti alimentari e deciso di adattare l’ambiente alle nostre esigenze!!!

Darwin ci darebbe di matti: è come darsi la zappa sui piedi, come se la Terra fosse una variabile indipendente rispetto alle risorse utilizzate. È la via maestra verso una lenta, dolorosa e fratricida estinzione di massa. La sesta, quella dell’Antropogene, cioè la nostra. 

Questo approccio, di adattare la Natura a noi uomini e non il contrario, ha funzionato per un po’ e anche poco, per qualche decina di anni, ma la sua rapida accelerazione ha lasciato gli umani fuori sincronia rispetto al mondo biologico.

Un errore evolutivo non perdonabile.

Infatti è la capacità con cui una specie si adatta all’ambiente ad assicurarne la sopravvivenza, sicuramente non la sua intelligenza né tantomeno la sua aggressività.

Come dicono alcuni studiosi, noi uomini del ventunesimo secolo abbiamo un’emotività da uomini delle caverne, abbiamo delle istituzioni medievali ma abbiamo una tecnologia da essere divini. 

In nessun altro campo questo squilibrio temporale è più evidente come nel modo in cui mangiamo attualmente.

La capacità industriale della produzione di cibo è arrivata a un prezzo ecologico e sulla salute umana incalcolabile, mentre l’esplosione demografica ha portato ad un aumento non previsto della richiesta mondiale di cibo: è il famoso cane che si morde la coda!

Poi c’è la questione della qualità del cibo stesso:

  1. Diminuzione dei minerali e della fertilità naturale della terra e conseguentemente diminuzione nei cibi prodotti.
  2. Non più equilibrio nella composizione degli alimenti vegetali a causa dell’innalzamento della CO2 nell’atmosfera.
  3. Cibo industriale raffinato, veloce da cucinare e mangiare, ma che non rispecchia affatto le nostre esigenze alimentari.

 

Ed infine non sappiamo più ciò che mangiamo, abbiamo grosse difficoltà a riconoscere come cibo ciò che troviamo sugli scaffali del supermercato!

Sembra quasi un ossimoro che nell’era dell’informazione digitale diffusa, possiamo chiedere ad un qualsiasi computer, in qualsiasi parte del mondo, un’informazione puntuale, estratta da miliardi e miliardi di informazioni, ma se chiediamo la qualità del cibo che mangiamo non abbiamo risposte.

Ma la cosa peggiore e che non abbiamo risposte nelle etichette dei prodotti che comperiamo.

Oltre ai tre macronutrienti carboidrati grassi e proteine abbiamo bisogno di circa 40 minerali essenziali (come le piante) e sette di questi (calcio magnesio fosforo potassio sodio zolfo e cloro) sono necessari in quantità relativamente abbondanti.

Negli ultimi 40 anni abbiamo perso dal 20 al 30% dei macro elementi minerali nella frutta e dal 40 al 50% negli ortaggi.

Poi aggiungiamo il problema della diminuzione della fertilità naturale del terreno!

Ciò nonostante, come ci ha fatto vedere il professor Francesco Sofi (Nutrizione-Firenze)

Qualche giorno fa, durante una bella conferenza del progetto oba nutra food (OrtoBioAttivo per una produzione Nutraceutica del Cibo), basterebbe per esempio cambiare la varietà di grani nella pasta e nel pane e andare al grano di circa 100 anni fa.

Incredibilmente, in pochi giorni, i valori della pressione arteriosa del colesterolo e perfino del diabete sono diminuiti in modo statisticamente significativo.

Oggi alla base dell’alimentazione mondiale ci sono soltanto tre specie di piante: grano riso e mais.

Il problema principale, a parte la poca resilienza di un simile approccio, in fondo, come dice Michael Pollan nel suo libro “il dilemma dell’onnivoro“ è il lavoro mentale e fisico che dobbiamo fare nello scegliere il cibo che ci blocca.

Ma finché riusciamo a mangiare in maniera varia ed equilibrata e quindi con poca carne e pochi latticini con molte verdure, frutta e con cereali integrali e non raffinati dovremmo stare comunque abbastanza bene.

Ma è proprio questo che in maniera perversa il nostro attuale stile di vita rende così difficile da realizzare.

Noi mangiamo normalmente cibo trasformato e confezionato ed è il prezzo che paghiamo per vivere lontano da dove il cibo viene prodotto

Prendiamo ad esempio la carne che teoricamente potrebbe essere un superfood ricco di minerali vitamine e complessi acidi grassi omega 3 in quanto erbivori ruminanti cioè che riescono a trasformare quella che per noi è cellulosa non commestibile in carne e latte nutriente.

Tuttavia oggi la maggior parte, anzi la quasi totalità, dei  bovini non si nutre più di erba o fieno ma gli si somministrano i cereali per avere performance di crescita più rapide e meno costose: peccato   che i bovini non sono fatti per mangiare cereali e  questo tipo di alimentazione li porta ad una condizione diciamo  di  “indigestione” permanente che invia tossine nel loro flusso sanguigno, cosa che  richiede l’impiego di antibiotici per non farle ammalare, facendoci perdere uno dei grassi più importanti cioè gli omega 3 che sono un super componente essenziale per la funzione cerebrale, la vista e l’azione antinfiammatoria.

Idealmente dovremmo avere un rapporto 1 a 1 fra acidi grassi omega 3 e acidi grassi omega 6.

Attualmente sapete quanto è il rapporto? 1 a 10!

 

Secondo una ricerca dell’università di Oxford la mancanza di omega 3 nella nostra dieta cambierà il cervello umano con la stessa velocità e gravità dei cambiamenti climatici.

Più della metà della nostra spesa quotidiana consiste in alimenti ultra raffinati.

La qualità del nostro cibo è cambiata così in fretta che nello spazio temporale di una stessa generazione non si riesce più a capire la qualità del cibo e alcuni di questi alimenti ci stanno facendo davvero male.

Ma come facciamo a riconoscere un cibo buono, un cibo che ci fa bene rispetto a uno che ci fa male?

Se non siamo dei chimici o dei biologi o non coltiviamo un nostro orto ciò è impossibile.

Le due discriminanti fondamentali sembrano essere rispetto al cibo il tempo il denaro: non abbiamo tempo per prenderci cura di noi stessi attraverso ciò che mangiamo tutti i giorni ma stiamo incollati allo schermo per ore a guardare programmi di cucina! 

Inoltre vogliamo assolutamente risparmiare sul costo del cibo preferendo mettere da parte i soldi per vacanze disintossicanti!

Se prendiamo coscienza di tutto ciò, incredibilmente possiamo ancora salvare noi e il nostro piccolo pianeta volgendo lo sguardo oltre che sui pannelli fotovoltaici e le auto elettriche o verso tutte le possibilità delle energie rinnovabili, anche su ciò che giornalmente mangiamo.

Cioè aggiungere al paradigma del cambiamento delle fonti energetiche, il cambiamento della nostra dieta quotidiana, una dieta che aiuta il pianeta e noi stessi, una dieta che può invertire l’inquinamento e i cambiamenti climatici e allo stesso tempo farci vivere più a lungo in salute.

Una svolta ecologica a tavola per aiutare la Terra e la salute contemporaneamente.

Un cibo che può salvare capre e cavoli!

ANDREA BATTIATA

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