L’ “OINOCHOE” DEL DIPYLON


L’ “OINOCHOE” DEL DIPYLON

Anna Cafissi

(ATENE, VIII SECOLO A.C.)

Nel 1871, ad Atene, durante degli scavi illegali nell’antichissimo cimitero del Dipylon, furono trovati i frammenti di un vaso arcaico di stile geometrico risalente all’VIII secolo a.C.. Restaurato, il pezzo si rivelò una bella “oinochoe”, cioè una brocca da vino, che oggi è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene.
Nota come “Oinochoe del Dipylon”, è di piccole dimensioni; infatti ha una circonferenza di cm. 48,6 ed è alta cm. 23, mentre usualmente questi vasi sono alti 40-50 cm. Il reperto è molto elegante e decorato con delle fasce orizzontali di colore nero. Intorno al collo, che termina con un becco trilobato, è dipinto un giovane cervo stilizzato e intento a brucare o ad abbeverarsi.
Il dato più sensazionale è rappresentato dalla presenza sulla spalla della brocca di un’iscrizione sinistrorsa tracciata con caratteri riferibili all’alfabeto greco arcaico. Si tratta infatti di un “alfabeto azzurro”, cioè di un alfabeto ionico-attico, come teorizzato dal grande epigrafista Adolf Kirchhoff, ed è datato dagli specialisti alla metà circa dell’ VIII secolo a.C., presumibilmente attorno al 740. In proposito seguo la cronologia stabilita dalla celebre epigrafista Margherita Guarducci (La più antica epigrafe greca, “Rendiconti Accademia Nazionale dei Lincei”, 4, 1993).
Gli studiosi discutono se considerare la scritta sull’oinochoe precedente al testo iscritto sulla “Coppa di Nestore” da Pithekussa (Ischia); ne abbiamo parlato nel Magazine n.1, 2019.
Sicuramente però questa epigrafe ateniese rappresenta in assoluto la più antica testimonianza della scrittura alfabetica greca, non solo per quel che concerne l’Attica, ma anche tutto il mondo occidentale. È inoltre la prima attestazione scritta di un testo poetico ellenico.
I versi infatti consistono in un esametro dattilico seguito da un altro mezzo verso di difficilissima ricostruzione e lettura. Sicuramente è stato steso da una mano diversa dalla precedente, probabilmente da un allievo dell’incisore, inesperto della scrittura. Tracciando le lettere, è stato fatto un tale pasticcio da rendere problematicissima la lettura delle ultime parole.

Il testo, tradotto, recita:

“ Chi ora fra tutti i danzatori con più brio danza /

< di lui (sia) questo (vaso) > KLMN “

Il reperto e la sua iscrizione, com’è immaginabile, è stato oggetto nel tempo di numerose pubblicazioni e studi; per brevità ricordo solo l’intervento del Kirchhoff (1881) ed il già citato saggio della Guarducci (1993).

Alcuni studiosi hanno pensato che l’oinochoe rappresentasse un premio importante, equivalente in qualche modo ad un odierno titolo di campionato.

Altri invece hanno ipotizzato che la gara di danza in oggetto fosse in connessione con un rito di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta.

Altri ancora, ritenendo chi i danzatori menzionati nel verso fossero dei giovani atleti, hanno sottolineato come la brocca in questione non fosse un’anfora per l’olio, come quelle riservate agli atleti vincitori nelle Panatenee, bensì una meno preziosa anfora da vino, più adatta ad essere il premio di una gara di danza.
Altri esperti invece hanno suggerito un contesto legato al vino e al bere, come quello rappresentato da Aristofane negli “Acarnesi” (vv. 169 ss), cui accennerò fra poco.
Ancora, poiché siamo di fronte ad un premio rappresentato da un’oinochoe, molti antichisti hanno ipotizzato che la gara che viene celebrata sia da riferirsi al culto di Dioniso.


Sarebbe auspicabile identificare con maggiore precisione il contesto storico-religioso-culturale nel quale collocare la ‘briosissima’ (in greco ‘atalotata’) gara di danza fra i giovani. Purtroppo non è facile dare una risposta al quesito giacché l’evento appartiene ad un periodo chiamato dagli storici alto e medio-arcaismo, riguardo al quale, tranne nomi e racconti mitici, ben poco conosciamo della storia dell’Attica.
Pertanto, quello cui dobbiamo porre attenzione è il fatto che il premio per il danzatore fosse costituito dalla bella oinochoe e dal vino. Essi rappresentavano un dono estremamente importante e di alto valore simbolico.
Il poeta comico Aristofane, nella commedia “Gli Acarnesi” (rappresentata nel 425 a.C., durante la guerra del Peloponneso) ci ha informato del fatto che al suo tempo ad Atene fossero in commercio pregevoli vini invecchiati, riferibili ad annate diverse e ovviamente differenti per qualità e prezzo.
Riporto il passo degli “Acarnesi” che ci interessa (vv. 189 ss) e che consiste in un dialogo fra il protagonista Diceopoli ed un araldo, il quale gli presenta tre ampolle di vino.
La prima ampolla contiene un vino invecchiato cinque anni, che però:
“Manda odore di pece e d’arsenale”.
Il secondo campione ha dieci anni, ma ha:
“Acutissimo afrore di ambasciate e d’alleanze infrante”.
Ed infine il terzo è invecchiato trent’anni ed è assolutamente il migliore:
“Questo sì, corpo di Bacco, manda olezzo di nettare e d’ambrosia !”.
Non crei meraviglia la menzione in questi versi della commedia di vini con differenti anni di invecchiamento: infatti anche nella poesia e nelle opere in prosa non mancano citazioni di vini pregiati. Ad esempio, quando Telemaco giunge alla reggia di Pilo da Nestore per informarsi sul destino del padre, Omero ci racconta che gli viene offerto vino di altissima qualità, invecchiato ben undici anni (Odissea, III, 391).
È evidente quindi che in un momento lontanissimo della storia di Atene, circa nel 740 a.C, una piccola ed elegante brocca di vino di ottima qualità rappresentava un prezioso premio. Tanto prezioso e significativo che il giovane vincitore della gara di danza, alla sua morte, fece seppellire con se’ la bella oinochoe.

 

 

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