Dolci di Roma Antica: dalla Cheescake di Catone alla Cassata di Poppea


Dolci di Roma Antica: dalla Cheescake di...

Scorrendo il ricettario scritto da Gavio Apicio nel I sec. d.C., il celebre trattato De Re Coquinaria

 (L’Arte Culinaria, in dieci libri), il lettore è colpito dal fatto che, a fronte di numerosissime ricette a base di carne, di pesce, di selvaggina, nonché di prelibatezze (nel libro VII) come fenicotteri, pappagalli e ghiri, quelle dei dolci siano decisamente poche e non sia riservato loro un capitolo specifico.

Nel VII libro l’autore accenna ai dulcia domestica, cioè quelli molto semplici e fatti in casa. Una specialità, ad es., erano i datteri al miele caramellato (Palmulas vel dactylos in melle cocto), ai quali si aggiungevano sale e pepe (!).

Va rilevato appunto che i Romani non avevano gli stessi nostri gusti in fatto di cibo. Esistevano certo dei pasticceri, i Pistores Dulciarii, ma poiché lo zucchero era sconosciuto, essi realizzavano col miele il dessert, che però molto spesso era agrodolce e/o speziato.

Nella letteratura latina l’opera di Apicio rappresenta un unicum; non ci sono pervenuti infatti altri testi dedicati alla culinaria. Ma l’originale del De re coquinaria non ci è giunto: i dieci libri in nostro possesso rappresentano un rimaneggiamento e un ampliamento del III o del IV secolo.

Anche nella famosa Coena Trimalchionis , che fa parte del romanzo di Petronio Arbitro, il Satyricon, scritto in età neroniana, si accenna a pochissimi dolci, serviti a fine banchetto:

“Arrivarono finalmente a tavola le portate di chiusura del pranzo: tordi dolci fatti con farina di segale e ripieni di uva passa e di noci, ai quali seguirono mele cotogne ornate di spine in modo che sembrassero ricci di mare” (Satyricon XIV; trad. di Piero Chiara, Mondadori 1988).

Potremmo aspettarci molte ricette dolci in opere che trattano più in generale dell’agricoltura, come quelle di Varrone, Columella e Rutilio Tauro Palladio (IV sec.), ma non è così; solo pochi accenni. Notiamo, ad es., come Columella nel De re rustica (12,154) fornisca la ricetta per la produzione del mulsum, il celebre vino speziato al miele, cui veniva aggiunto, ovviamente, abbondante pepe.  Era servito come aperitivo, ma serviva anche come rimedio per la raucedine e l’itterizia.

Un discorso a parte va fatto per un testo di età repubblicana, il De agri cultura di Catone il Censore. L’autore fu il celebre avversario politico di Scipione Africano, nonché assertore del mos maiorum in contrasto con la tendenza ellenizzante degli aristocratici del Circolo degli Scipioni. Fu il Vecchio Catone che sostenne a spada tratta la necessità di distruggere Cartagine ripetendo la celebre frase: “Censeo Carthaginem delendam esse!”.

Nel libro, scritto nel 160 circa a.C., troviamo qualche riferimento interessante ad alcuni dolci casalinghi: il savillum, il libum (un tipo di pane dolcissimo fatto con latte e miele) ed i globi (bomboloni ante litteram); tutti preparati con ingredienti semplici e non costosi.

Mi soffermo sulla ricetta del Savillum, una torta al formaggio fatta con farina, ricotta di pecora, uova, abbondante miele e semi di papavero. Un’antenata forse della nostra cheescake.

Scrive Catone:

“Preparate il savillum in questo modo. Mescolate mezza libbra di farro e due libbre e mezzo di formaggio per avere una consistenza simile al libum, poi un quarto di libbra di miele ed un uovo. Ungete un piatto di terracotta con olio. Quando avrete mescolato gli ingredienti,  mettete la torta nel piatto e ricoprite il testo. Quando sarà cotta, togliete, ricoprite la torta col miele e spolverizzare coi semi di papavero. Cuocete di nuovo brevemente, poi togliete dal fuoco e ponetela in un piatto con il cucchiaio” (LXXXXIV).

Da notare, come testimonia Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, che i semi di papavero bianco venivano usati per guarnire il pane e, ricoperti di miele, come dolci.

Una menzione particolare meritano poi dei dolcetti sfiziosi molto in uso e consumati particolarmente durante le feste dei Saturnalia. Alludiamo alle Frictilia, antenate delle nostre Chiacchiere, o Frappe, o anche Cenci di Carnevale.

Questi dolci erano distribuiti in strada e prodotti da friggitori ambulanti, come testimonia il poeta Marziale, vissuto sotto gli imperatori Flavi, (Epigrammi, I, xii). Le frictilia erano fatte con farina di farro, uova, miele, semi di papavero e pepe; erano tagliate in forma tonda, con i bordi seghettati, e poi fritte nello strutto. A causa dell’uso del grasso di maiale, risultavano più morbide delle nostre Chiacchiere, croccanti perché fritte nell’olio. 

Lo scrittore Macrobio, nel IV secolo, nell’opera dialogica i Saturnalia (in 7 libri), descrisse ampiamente queste antichissime feste che si tenevano ancora al suo tempo in onore del dio Saturno. Si celebravano ogni anno dal 17 al 23 dicembre ed erano caratterizzate dall’uso di sovvertire le consuetudini. Gli schiavi, ad es., si travestivano da padroni e potevano parlare usando ogni libertà, anche i liberi si travestivano.

In tali giorni, com’è ovvio, si faceva baldoria ed il vino scorreva a volontà|! Il nostro Carnevale trae appunto origine da tali solennità.

A questo  punto l’archeologia, non più la letteratura, ci fornisce un altro spunto di discussione.

A tre miglia circa da Pompei sorgeva l’antica Oplontis, zona residenziale esclusiva, dove erano ville d’otium sontuose, alcune a picco sul mare,  proprietà di famiglie patrizie e di Romani ricchissimi. Anche questa cittadina fu sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Le rovine di Oplontis, che corrisponde all’odierna Torre Annunziata (Napoli), furono già oggetto di interesse e di accertamenti parziali agli inizi del XVIII e nel XIX secolo. Ma solo dal 1964 sono in corso gli scavi di una villa che gli archeologi hanno ritenuto essere appartenuta all’imperatrice Poppea Sabina, moglie di Nerone. Si ipotizza anche che la donna, incinta, sia morta proprio in questa domus. A causa della sua straordinaria estensione, a tutt’oggi il sito non è ancora stato completamente  esplorato.

La villa di Poppea è un vero gioiello: amplissima, magnifica ed adornata all’interno da splendidi affreschi del secondo stile pompeiano.

In una delle sfarzose sale adiacenti al triclinio (ambiente n. 23) è stato rinvenuto un affresco con  sfondo rosso, che raffigura un tavolinetto ovale, molto elegante, sul quale è poggiato, sopra un ricco vassoio d’argento, un dolce che appare molto simile alla nostra cassata (vedi foto).

I pasticceri di Torre Annunziata da tempo rivendicano ai loro avi oplontini l’invenzione del celebre dolce e lo producono oggi, sulla scorta della ricetta, che sarebbe contenuta in un antico papiro (decisamente falso!) rinvenuto negli scavi.

Il dolce nell’affresco sembra davvero una cassata, fatto salvo che per il colore rosso del bordo, invece del verde usato oggi per la pasta di mandorle. E’ riccamente decorato, ha un aspetto invitante e potrebbe essere stato realizzato con una base simile al pane di farro con miele, sormontato da uno spesso strato di ricotta mescolata con miele e pezzetti di frutta secca; albicocche, prugne, fichi, datteri e uva passa decoravano anche in superficie il dolce, assieme alle noci.

Ovviamente si tratta di un semifreddo, che a Torre Annunziata viene chiamato Cassata Oplontina o  Cassata di Poppea, perché si dice che la splendida imperatrice ne fosse ghiotta.

Merita un breve approfondimento la figura dell’imperatrice Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone. Il ritratto che ne fa lo storico Tacito è inquietante:

“ Viveva a Roma Sabina Poppea, figlia di Tullo Ollio …….Ebbe questa donna ogni altra dote fuorché l’onestà. Sua madre, infatti, la più affascinante di tutte le donne del suo tempo, le aveva dato insieme gloria e bellezza. Le ricchezze pareggiavano la nobiltà del casato. Accattivante nel parlare, possedeva intelligenza non spregevole. Affettava contegno, ma era libertina.  Di rado usciva in pubblico e col volto sempre velato, per suscitare curiosità o perché così le donava. Il buon nome non costituiva per lei una remora e non faceva distinzione fra mariti e amanti. Non si lasciava prendere dai sentimenti né suoi né altrui: dove si prospettava la convenienza, lì trasferiva la sua passione. Mentre dunque era sposata col cavaliere romano Rufrio Crispino, da cui aveva avuto un figlio, si lasciò sedurre da Otone (i.e. futuro imperatore nel 69 d.C.), giovane, mondano ed accreditato di intima amicizia con Nerone. Fu tutto rapido: dall’adulterio passò al matrimonio” (Annales XIII, 45).

Eliminata la madre Agrippina e divorziato dalla nobilissima moglie Ottavia, figlia del defunto imperatore Claudio e di Messalina, Nerone potè finalmente sposare Poppea (62 d.C.). Scrive Svetonio:

“Undici giorni dopo il divorzio da Ottavia, Nerone sposò Poppea, che amò più di tutto, e tuttavia uccise anche lei con un calcio, perché, incinta e malata, lo aveva rimproverato poiché era rincasato tardi da una corsa di carri” (I dodici Cesari, Nerone, 35).

Tacito scrive ancora: “(Nerone) desiderava infatti figli da lei ed era preso d’amore per la moglie” (Annales XVI, 6).

Dunque l’imperatrice morì nel 65 a Roma o nella villa di Oplontis, per un incidente durante la gravidanza, mentre attendeva il secondogenito del Princeps.

Da tempo gli storici tendono a rivalutare la figura di Poppea Sabina, che fu donna intelligente, colta e molto amata da Nerone. Anche la coppia imperiale viene rivista e reinterpretata in senso positivo e su questa linea si colloca un testo solo recentemente riedito.

Un papiro di Ossirinco (P.Oxy. LXXVII, 5105), città dell’Alto Egitto, presenta infatti in maniera molto diversa la storia della coppia.

Il papiro contiene un poema esametrico in greco, noto come Apoteosi di Poppea, nel quale si celebra la sovrana che, dopo la morte, sale al cielo ed è divinizzata come una nuova Afrodite.

Il testo, che è di poco successivo alla scomparsa dell’imperatrice, quindi del 65-66 d.C., anche se la sua datazione è molto discussa dagli studiosi, è stato edito (editio princeps) a Londra nel 2011 dal papirologo svizzero Paul Schubert ed il suo contenuto permette di gettare nuova luce sul matrimonio di Nerone e Poppea e sull’affetto che li aveva uniti.

Nel poemetto è cantata dunque l’ascesa al cielo della imperatrice, che vola fra i pianeti Mercurio, Giove e Saturno; il suo arrivo fra le stelle è trionfante, e tuttavia i suoi occhi cercano nel buio il suo sposo perduto.

L’Apoteosi rappresenta una testimonianza alternativa alla visione antineroniana degli storici antichi (filo-senatori e cristiani), ed è certamente opera di un poeta molto vicino alla famiglia giulio-claudia, forse un famoso letterato di Alessandria d’Egitto, Leonida Alessandrino (si veda: L.Capponi, Il ritorno della Fenice, Pisa 2017). 

A mio avviso, si potrebbe addirittura azzardare l’attribuzione del poemetto alla penna di Nerone stesso, che ebbe una notevole vena artistica, fu ottimo conoscitore della lingua e della cultura greca nonché buon poeta (Svetonio, Nerone, 52).

 

La questione meriterebbe un ulteriore approfondimento, ma poiché il tempo e lo spazio sono tiranni, ci limiteremo in conclusione a sottolineare come la bellissima e giovane Poppea Sabina, pur tanto vituperata, morì di parto, forse nella sua domus di Oplontis, fra le mura affrescate con cesti di frutta e dolci leccornie, rimpianta dal suo affezionato merito, il Princeps Nerone.

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