Il Mito della Tria Genovese: Un Viaggio tra Storia, Leggende e Scambi Culturali


Il Mito della Tria Genovese: Un Viaggio tra...

Cosa lega un piatto dal nome “ligure”, radici arabo-asiatiche e una solida, verace tradizione culinaria napoletana? La Tria genovese non è solo una pietanza: è un condensato di curiosità, enigmi linguistici e una testimonianza vivente di come il cibo viaggi, muti e si stratifichi attraverso i secoli.

L’enigma del nome: tra Siria, Grecia e Genova

Il termine “tria” affonda le radici in tempi lontani: è citato come itrija o itriya in testi siriani dell’XI secolo, o derivato dal greco itria, per indicare un elaborato a base di semola che viene steso sottilissimo e tagliato a strisce. Nel Medioevo, il termine era un indicatore generico per svariati tipi di pasta.
Ma perché, allora, chiamarla “genovese” se le sue radici storiche affondano nel bacino del Mediterraneo meridionale? La risposta risiede in un gioco di ipotesi storiche: il porto di Napoli era, nei secoli passati, un fondamentale crocevia di popoli e commerci. Si ipotizza che la presenza prolungata dei marinai genovesi, soliti frequentare il capoluogo campano per scambi commerciali, abbia introdotto l’uso di insaporire le pietanze con una peculiare salsa a base di cipolla brasata, legando indissolubilmente il loro nome a questa tecnica.

La tecnica: non una semplice bollitura

Un punto spesso frainteso dai traduttori letterali dei testi medievali riguarda il passaggio suffrige cipolas cum oleo et mite in aqua bullienti. Se letto in modo sbrigativo, sembra un’assurda bollitura della cipolla dopo la frittura. Tuttavia, gli esperti di arti culinarie interpretano questo gesto come una tecnica di brasatura (o tombeau): la cipolla viene soffritta in olio e poi bagnata con acqua per terminarne la cottura, diventando morbida e fondente. È lo stesso principio che rende celebre, secoli dopo, la moderna zuppa di cipolle.

L’evoluzione: dalla semplicità medievale al rito moderno

Nel Medioevo, la pasta non era la protagonista solitaria del piatto, ma un accompagnamento prezioso. La versione attuale della Tria genovese in Campania, evolutasi nel tempo, ha saputo trasformare un retaggio arcaico in un pilastro della cucina regionale, conservando tre elementi chiave: cipolle, pasta e, nelle varianti più ricche, carne stufata.
Se la versione antica, descritta nei documenti di riferimento (tra i quali figura anche un ricettario dell’imperatore Federico II e la sua tria ianuensis) è un omaggio alla semplicità e all’uso di pochi ingredienti essenziali, la “Genovese” moderna che conosciamo oggi rappresenta un vero e proprio monumento alla pazienza. Quest’ultima, dominata da una cottura lunghissima della carne di vitellone con un soffritto di sedano, carota e cipolla, rappresenta la perfetta sintesi tra la storia dei secoli passati e la golosità contemporanea, dove il sugo diventa il protagonista indiscusso che avvolge la pasta.
Che si tratti dell’antica tria medievale o della sontuosa Genovese odierna, ci troviamo di fronte a una narrazione che parla di migrazioni, incontri portuali e una sapiente gestione dei tempi di cottura, capace di trasformare elementi umili in icone della gastronomia.

 

 

 

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