Gli stretti marittimi e il cibo: come la sicurezza alimentare mondiale dipenda da pochi, stretti corridoi marittimi


Gli stretti marittimi e il cibo: come la...

Luca Galantini Marco Maldera

Il sistema alimentare globale si fonda su un presupposto tanto essenziale quanto spesso invisibile: il mare. Oggi circa l’80% del commercio mondiale, in termini di volume, viaggia via nave. In questo immenso flusso logistico transitano grano, mais, soia, oli vegetali, alimenti refrigerati, sementi e fertilizzanti: tutti elementi indispensabili per la produzione e il consumo alimentare a livello globale.

La sicurezza alimentare mondiale è quindi strettamente legata alla stabilità delle rotte marittime. Tuttavia, il traffico navale internazionale non è distribuito in modo uniforme tra mari e oceani. Un numero considerevole di navi è infatti costretto ad attraversare stretti passaggi geografici, noti come chokepoints o “colli di bottiglia”, nei quali il traffico marittimo converge obbligatoriamente. Questi passaggi concentrano enormi volumi di merci in spazi molto limitati e rappresentano punti di vulnerabilità strutturale del commercio globale.

In caso di guerre, incidenti, atti di pirateria, eventi climatici estremi o crisi politiche, anche una temporanea interruzione di uno di questi snodi può provocare effetti a catena lungo le catene logistiche mondiali: aumento dei costi di trasporto, ritardi nelle consegne, maggiore volatilità dei mercati delle materie prime e incremento dei prezzi dei prodotti alimentari.

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications ha evidenziato come l’interruzione dei principali chokepoints rappresenti un rischio sistemico per l’economia globale, generando perdite superiori ai 10 miliardi di dollari all’anno tra ritardi, deviazioni di rotta, maggiori costi assicurativi e interruzioni delle catene di approvvigionamento.

Per questo motivo istituzioni e centri di ricerca monitorano costantemente lo stato di questi passaggi strategici. L’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) analizza gli effetti delle crisi geopolitiche e logistiche sul commercio mondiale e sui sistemi alimentari, mentre l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford studia la vulnerabilità dei chokepoints attraverso piattaforme di monitoraggio come PortWatch.

Quali sono i principali chokepoints?

Non tutti hanno lo stesso peso nel commercio mondiale. Alcuni, per posizione geografica e volume di merci strategiche che vi transitano, risultano fondamentali per la stabilità del sistema alimentare globale.

1. Lo Stretto di Hormuz

È probabilmente il punto più sensibile del pianeta, il cuore del sistema energetico mondiale. Ogni giorno vi transita quasi un quarto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto.

La sua importanza, però, non riguarda soltanto l’energia. Oltre il 30% dei fertilizzanti azotati mondiali, come urea e ammoniaca, attraversa questo stretto.

Le recenti tensioni in Medio Oriente hanno mostrato tutta la fragilità di questo snodo: il traffico giornaliero è sceso da circa 95 navi a meno di 10, provocando in meno di una settimana un aumento del prezzo dell’urea da circa 450 a oltre 600 dollari per tonnellata.

Le analisi dell’UNCTAD mostrano inoltre una forte correlazione storica tra l’andamento dei prezzi dell’energia e il Food Price Index: quando aumentano energia e fertilizzanti, i prezzi degli alimenti tendono rapidamente a seguire la stessa direzione.

2. Bab el-Mandeb

Collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano ed è una delle principali arterie commerciali tra Europa e Asia.

Si tratta di un’area particolarmente esposta alla pirateria e alle tensioni geopolitiche, come dimostrano gli attacchi con droni e missili lanciati dagli Houthi contro le navi mercantili a partire dal 2023.

Attraverso Bab el-Mandeb transitano grandi quantità di cereali, alimenti refrigerati e fertilizzanti destinati ai mercati europei e mediterranei.

Le interruzioni in quest’area producono rilevanti perdite economiche legate ai blocchi logistici.

3. Il Canale di Suez

È uno dei più importanti passaggi artificiali del commercio mondiale.

L’incidente della portacontainer Ever Given, nel marzo 2021, è diventato un caso emblematico della vulnerabilità di questo sistema.

Per sei giorni il traffico si bloccò completamente, centinaia di navi rimasero in attesa e i ritardi si propagarono lungo le catene di approvvigionamento di tutto il mondo.

Pur trattandosi di un incidente accidentale, e non di un conflitto, l’episodio ha mostrato quanto rapidamente il sistema logistico globale possa entrare in crisi quando uno dei suoi principali snodi smette di funzionare.

4. Il Canale di Panama

Collega l’Oceano Atlantico al Pacifico e rappresenta un nodo fondamentale per le esportazioni agricole dalle Americhe verso l’Asia.

Negli ultimi anni è diventato sempre più vulnerabile ai cambiamenti climatici.

Le prolungate siccità, aggravate dal fenomeno di El Niño, hanno abbassato il livello dell’acqua necessaria al funzionamento delle chiuse, costringendo l’Autorità del Canale a limitare il numero dei transiti giornalieri.

Ciò ha avuto effetti diretti sulle esportazioni statunitensi di mais e soia verso l’Asia, dimostrando come anche il clima possa compromettere la stabilità di questi passaggi.

5. Bosforo e Dardanelli

Questi due stretti costituiscono la principale via d’accesso dal Mar Nero al Mediterraneo.

Oltre il 10% delle esportazioni mondiali di cereali, provenienti soprattutto da Russia e Ucraina, attraversa questi passaggi.

Le tensioni geopolitiche possono quindi influenzare rapidamente i prezzi internazionali dei cereali, come dimostrato anche dalle vicende del cosiddetto “corridoio del grano” nel Mar Nero.

Cosa succede quando un chokepoint entra in crisi?

Gli effetti seguono generalmente una sequenza abbastanza prevedibile.

Il primo impatto riguarda l’aumento dei costi di trasporto e dei premi assicurativi per le navi che attraversano aree considerate ad alto rischio.

A seguito delle recenti tensioni nel Golfo Persico, molte compagnie marittime hanno sospeso il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, scegliendo rotte alternative molto più lunghe e costose.

A questo si aggiunge quasi sempre un rapido aumento dei prezzi dell’energia, poiché petrolio e gas reagiscono immediatamente alle tensioni lungo le principali rotte di esportazione.

Poiché l’agricoltura moderna dipende fortemente dall’energia — per produrre fertilizzanti, alimentare i macchinari agricoli e trasportare le merci — tali rincari si riflettono rapidamente sui prezzi dei prodotti alimentari.

Anche fertilizzanti e materie prime agricole vengono colpiti direttamente.

La recente crisi nello Stretto di Hormuz ha provocato, ad esempio, un aumento di circa il 30% del prezzo dell’urea in pochi giorni.

Nel medio periodo ciò può tradursi in raccolti meno produttivi oppure in un ulteriore aumento dei prezzi alimentari.

Nei Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni via mare possono inoltre verificarsi problemi di disponibilità fisica del cibo.

Molti Stati del Golfo importano infatti tra l’80% e il 90% degli alimenti consumati dalla popolazione: un blocco prolungato delle rotte marittime potrebbe quindi provocare rapidamente carenze e tensioni sui mercati interni.

Conclusioni

Le crisi degli ultimi anni — dalle tensioni in Medio Oriente agli attacchi nel Mar Rosso, dalla siccità che ha colpito il Canale di Panama fino all’incidente della Ever Given — dimostrano chiaramente quanto l’architettura del sistema alimentare mondiale dipenda da pochi e vulnerabili passaggi marittimi.

I chokepoints non rappresentano soltanto un problema logistico, ma costituiscono un vero rischio strategico per la sicurezza alimentare globale.

Quando uno stretto largo appena poche decine di chilometri smette di funzionare, gli effetti si propagano lungo tutta la filiera: dai fertilizzanti ai cereali, dai mangimi alla produzione di carne, fino ai prezzi che i consumatori trovano sugli scaffali dei supermercati.

Comprendere il ruolo centrale di questi hub marittimi è quindi essenziale per progettare sistemi alimentari più resilienti. Ciò significa investire in infrastrutture logistiche alternative, migliorare il monitoraggio delle rotte marittime, rafforzare la cooperazione internazionale sulla sicurezza della navigazione e sviluppare sistemi di approvvigionamento meno dipendenti da pochi punti critici.

In un mondo caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e dagli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico, la resilienza del sistema alimentare globale dipenderà inevitabilmente anche dalla capacità di proteggere e gestire questi pochi, ma decisivi, chilometri di mare.

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